Traduzione di tradizioni e tradizioni di traduzione (Pavia, 19-21/04/2007)
translation of traditionsand traditions of translation 4th meeting of the «Orientalisti Association» and the “OrientaLista” e-groupwww.orientalisti.net (Pavia, 19-21/04/2007)Abstracts – Resumées |
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| –> Program of the meeting | atti2007 PDF |
| La traduzione delle traduzioni antiche
The translation of ancient translations Onofrio Carruba |
La traduzione nel mondo moderno è un necessità ed è un’arte. La traduzione oggi è mestiere, letteratura, filologia. Ma cosa era la traduzione antica? Nell’illustrare alcune evidenze provenienti in massima parte dall’Anatolia pre-classica emerge anche un’altra valutazione sulla traduzione antica: il suo ruolo per noi, oggi, di testimone diretto di espressioni culturali oltre che linguistiche altrimenti perdute. Che attendibilità possiamo accreditare a tali testi in traduzione? Quello che è stato possibile capire di documenti e lingue antiche grazie alle bilingui offre una prima risposta.
Translation in modern times is a necessity. And an art. Nowdays translation is a profession, is literature, is philology. But what was translation in antiquity? While illustrating some evidences coming mostly from pre-classical Anatolia, it emerges also another evaluation about ancient translational practice: its role for us today as a direct witness of cultural and linguistic expressions otherwise lost. What credibility can be grant to those ancient translations? A first answer is provided by the evidence of what has been understood of ancient documetns thanks to bilingual texts. |
| La ceramica di epoca Khana a Terqa: elementi originali di una tradizione?
Khana pottery at Terqa: original elements of a tradition? - |
La storia e la cultura del regno di Khana (1750-1400 a.C. circa) stanno assumendo negli ultimi anni, grazie agli studi sul materiale archeologico ed epigrafico scoperto nel sito di Terqa, contorni più definiti. Unitamente a questi, un approccio scientifico più specifico allo studio della produzione ceramica di epoca Khana fornisce ulteriori informazioni sulle influenze esterne presenti nella cultura della regione insieme a testimonianze di indubbia originalità culturale. Queste confermano l’idea, fino a ora solamente ipotizzata, di una cultura con spiccati aspetti di individualità, pur rimanendo ancorata alla tradizione precedente; tali elementi permettono di attribuire alla cultura di Khana un ruolo più importante nell’ampio panorama vicino orientale del II millennio a.C.
In the last years, the history and culture developed during the Khana kingdom in Terqa, have became more clear for studies about archaeological and epigraphic finds in field of Terqa. The Khana pottery gives, by a specific and specialized study, more information about different cultures present in that area and in its original elements. These evidences confirm the hypothesis of the presence of a specific and original culture, obviously born from old traditions of this country. All these factors give more importance to the Khana culture in the Ancient Near East in the II millennium b. C. |
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La traduzione della tradizione: morfologia religiosa, ermeneutica spirituale e linguaggio nel “Padre spirituale” di A. Scrima The translation of the Tradition: religious morphology, spiritual hermeneutic and language in the “Spiritual Father” by A. Scrima |
Il teologo romeno ortodosso A. Scrima (1930-2000) fu, tra l’altro, osservatore per conto del patriarca Athenagoras al Concilio Vaticano II. La sua produzione intellettuale – non sterminata, ma giudicata unanimemente di notevolissimo livello – si caratte?page_id=296 per due aspetti essenziali: da un lato, la tendenza ad accostare le forme di espressione dei diversi “universi spirituali” mediante l’utilizzo, ampio ma criticamente sorvegliato, della comparazione storico-religiosa, volta ad individuare le affinità tra i referenti simbolici e cosmologici sottoposti a confronto; dall’altro, una particolare attenzione al linguaggio teologico ed al suo rinnovamento (tema peraltro centrale anche nel cattolicesimo contemporaneo).
Effettivamente, dalla lettura del suo Timpul Rugului aprins. Maestrul spiritual în tradi?ia r?s?ritean? (1), unico testo dell’archimandrita romeno tradotto (parzialmente) in italiano (2), risalta immediatamente la finezza formale e semantica della terminologia utilizzata, che rimanda, a nostro parere, alla delicatezza della materia trattata: ciò che avviene nella lettura sia dell’originale romeno, sia della traduzione italiana a cura di A. Mainardi. Si può a ragione sostenere che, con la pubblicazione del testo in oggetto, si è assistito ad un autentico saggio di “traduzione della tradizione” (nella fattispecie, quella cristiano-ortodossa), sia poiché lo stesso Scrima operò sul versante linguistico con modalità particolarmente raffinate, tese a ricondurre la relazione linguaggio-tradizione entro un’unità di fondo (il linguaggio come espressione della tradizione), sia in ragione del lavoro di traduzione dal romeno all’italiano al romeno del già citato Mainardi, che dovette inoltre tenere conto della non perfetta corrispondenza delle categorie teologiche – e quindi linguistiche – tra cattolicesimo ed ortodossia. Ad occhi non particolarmente avvezzi a tali ambiti, ciò potrebbe sembrare di marginale importanza. In realtà, il lavoro di Scrima non nasce dal nulla, ma è l’esito di un profondissimo “rinnovamento spirituale” che da P. Veli?kovskij, starets ucraino del XVIII secolo, porta fino all’emblematica es?page_id=271enza del cenacolo del Rugul aprins (“Roveto Ardente”), le cui riunioni si ebbero principalmente presso il monastero Antim nella Bucarest postbellica. A margine di ciò, nell’ambito di una discussione centrata su linguaggio e traduzione, è da ricordare che Scrima affermò esplicitamente la “ funzione performativa della parola ” in relazione alla benedizione (3); considerato che “alcuni teologi recenti fanno rientrare i sacramenti nella categoria degli enunciati performativi” (4), allora l’asserzione di una qualità “sacramentale” della “benedizione di grazia” – che, presumibilmente, si fondava anche su di una invocazione rituale ove il linguaggio possedeva per l’appunto una “efficacia “intrinseca” – non sembra essere priva di fondamento. Un’analisi metalinguistica degli scritti del padre romeno – che peraltro fa esplicito riferimento alla comparazione linguistica (5) – non sarebbe di certo priva di utilità; si pensi, ad esempio, alle valenze simboliche del tema della “parola che apre” e “che è aperta” (6), oltre che alle più generali tematiche inerenti alle “lingue sacre”, tematiche che pongono il problema della traduzione dei testi canonici (si pensi al caso, scontato ma indicativo, della “traducibilità” del Corano). (1) Pubblicato a Bucarest nel 1996 da Humanitas . (2) A. Scrima, Il padre spirituale , tr. it. a cura di A. Mainardi, Comunità di Bose 2000. (3) Ibidem , 51. (4) J. Borella, Ésotérisme guénonien et mystère chrétien (1997), tr. it. Roma 2002, 139. Gli enunciati performativi sono, nella linguistica moderna, “gli enunciati che producono quello che enunciano per il fatto stesso di enunciarli” (ibidem). (5) V. ad esempio Scrima, op. cit. tr. it. 51 ss. (6) Ibidem , 19. This paper deals with some themes drawn from A. Scrima’s “The spiritual father”. A. Scrima (1925-2000), a Romenian monk, is one of the most gifted Orthodox theologian of the last century. Two aspects are considered central: on one hand the developement of the idea of “religious morphology”, founded on a spiritual hermeneutics, on the other hand the renewal of the thelogical language. In his Timpul Rugului aprins. Maestrul spiritual în tradi?ia r?s?ritean? one assists a true “translation of tradition”. Moreover, A. Scrima devoted certain attention to linguistics and translation, e.g. when he assered the performative function of words. |
| Lo storico Artapano e il passato multietnico
Artapanus and the “multi-ethnic” past |
La relazione vuole presentare il problema delle fonti dello storico giudeo-ellenistico Artapano, che scrisse un “romanzo di Mosè” in cui il personaggio biblico è presentato come benefattore dello stato egiziano, fondatore di culti e istituzioni civili, in un ruolo simile a quello che ricopre Giuseppe nella Genesi. Questa costruzione apologetica di un “Mosè egiziano”, che inizia nella Bibbia ed è testimoniata da indizi sparsi in altre fonti, sia giudaiche che pagane e cristiane, in Artapano si avvale di elementi tratti dalla tradizione greca e (forse) indigena sul passato dell’Egitto, probabilmente con lo scopo di opporsi polemicamente alla nascente tradizione egiziana sulle origini del popolo ebraico e sulla sua uscita dall’Egitto (soprattutto il primo racconto di Manetone). Inoltre i numerosi rimandi alla fonte del primo libro della Biblioteca Storica di Diodoro Siculo, tradizionalmente identificata con lo storico Ecateo di Abdera, evidenziano che la volontà dell’autore era di porre Mosè all’origine della civiltà egiziana in quanto origine di quella greca . Le notizie, altrimenti non attestate, sul padre adottivo di Mosè, Chenefres (identificato con Sebekhhotep IV della XIII dinastia) ci portano a ipotizzare, accanto alle fonti greche, una fonte egiziana non meglio identificata, che doveva fondere il ricordo delle difficili condizioni politiche del II ?page_id=271odo intermedio con le “glorie” dei re del Medio Regno.
The first part of the history of Moses by the Jewish-hellenistic historian Artapanus presents him as the founder of Egyptian religious and political institutions such as the division in nomes and the cult of sacred animals. This apology of Moses, written probably to be a polemic answer to the histories of Jewish origins by Manetho (III century BC), betrays elements of Greek and local traditions on the Egyptian past. Most elements of this portrait of “Moses the Egyptian” find parallel in the first book of the Bibliotheca Historica by Diodorus Siculus; the part unparalleled in Greek sources came probably from a romance on the life of Kha-nefer-Ra Sebekhotep IV (Chenefres in Artapanus), one of the last kings of Egypt before the Hyksos domination in the Second Intermediate ?page_id=271od. |
| Le cretule del ‘tempio C’: motivi iconografici della Selinunte punica
Cretulae form temple C: iconographical motives of punic Selinunte |
Le cretule del tempio C di Selinunte, rinvenute nel corso degli scavi condotti tra il 1876 e il 1882, furono edite da Antonino Salinas in una pubblicazione del 1889 su Notizie degli Scavi che comprendeva, insieme ad un elenco dei reperti corredati da una breve descrizione dei singoli motivi impressi, alcune tavole ove si trovano riunite, sulla base di criteri squisitamente iconografici, pregevoli riproduzioni grafiche.
Un riesame dell’intero complesso (riconducibile su basi stilistiche in massima parte ad un ?page_id=271odo successivo al 409 a.C.) ha consentito l’enucleazione di diversi motivi iconografici di chiara origine orientale, che si affiancano e talora si sovrappongono a iconografie greche. L’archivio di Selinunte, direttamente connesso all’occupazione della città siceliota da parte dei Cartaginesi, testimonia l’utilizzazione di antiche iconografie greche, recepite dall’elemento punico, talora fortemente ‘ideologizzate’ per fini chiaramente politici; si intuisce inoltre il ruolo assunto da Selinunte, ormai punicizzata, nell’ambito della creazione del vasto repertorio iconografico ‘cartaginese’, individuabile su diverse classi di materiali, esportato da Cartagine nelle aree interessate dal movimento espansionistico della città nordafricana a partire dalla fine del V sec. a.C. |
| é.gal-?kallûm: una questione da chiarire
é.gal-?kallûm: a puzzling topic calling for a clarification - Marta Rivaroli, Sara Tricoli |
Può un termine con una connotazione sacralmente fondante essere ripreso da una cultura altra per legittimare, utilizzando apparentemente lo stesso codice di comunicazione, una realtà ideologica profondamente diversa? Questo doppio intervento si propone di dare una risposta a questa domanda. Nella prima parte di questo intervento (Sara Tricoli) si analizza la sfera semantica del termine é.gal in relazione alla legittimazione del potere su più livelli nel contesto della cultura basso mesopotamica (?page_id=271odi neo-sumerico e paleo-babilonese); nella seconda parte (Marta Rivaroli) si verifica se la “traduzione” di questo termine (da é-gal ad ?kallûm) da parte della cultura assira (?page_id=271odi medio e neo-assiro) mostri o meno una diversa accezione e modalità espressiva che metta in luce una sua possibile trasformazione concettuale in chiave ideologica in un contesto culturale distante nello spazio e nel tempo. The focus of this double presentation is an effort aimed at understanding how a term with a notable semantic complexity can be adopted by another culture apparently using the same codes of communication but instead legitimizing a deeply different historical and ideological message. The analysis aims thus at analyzing on one side (Sara Tricoli) the semantic sphere of the term é.gal as related to the multi-level legitimation of power in the context of lower-mesopotamian culture (Neo-Sumerian and Old-Babylonian ?page_id=271ods), on the other (Marta Rivaroli) at testing the application of its “translation” (?kallûm) onto another culture, the Assyrian one (Middle and Neo-Assyrian ?page_id=271ods) in order to ascertain its conceptual and ideological transformation as related to a context chronologically, geographically and culturally distant. |
| “Cercato in traduzione”: su di un passo problematico della bilingue «SÌR para tarnum(m)aš»
“Looked for in translation”: about a problematic section of the «SÌR para tarnum(m)aš» bilingual - |
All’interno della serie di tavolette bilingui hurrico-etee, nota come “canto/epopea della liberazione” vi è un passo particolarmente interessante per lo studio delle tecniche e delle problematiche di traduzione antica in Anatolia.
La struttura sintattica del “discorso di Zazalla” (KBo 32.15, in particolare del brano i.4′-16′ con trad. etea in ii.4′-17′), viene analizzata mettendone in luce, oltre al possibile registro “alto” di stile retorico, le interpretazioni grammaticalmente possibili per il hurrico e le conseguenze sull’interpretazione della traduzione etea. Lo studio di tali fratture è lo studio del “cercare” in traduzione come atteggiamento contrastivo al “trovare” in traduzione di Geertziana me?page_id=250a. Forse nella coscienza di tale constrasto risiede un senso dell’odierna ricerca filologico-linguistica delle bilingui antiche. In a section of great interest of the so-called “Song of Release”, a Hurrian-Hittite bilingual, many important and problematical evidences for the studying of ancient Anatolian translational practices can be found. The syntax of the “speech of Zazalla” (KBo 32.15, in partic. i.4′-16′ with Hittite trans. in ii.4′-17′ ) might be considered as a precious testimony of ancient Anatolian rhetoric and the possible grammatical interpretations of the Hurrian bit with the consequent analysis of the Hittite part in terms of language and culture are here briefly analyzed. In so breef a passage we can see the emergence of innumerous problems whose concern overtakes the mere linguistic field: the lexical and syntactical choices of the ancient translation, as much as our own choices of the modern ones, can let us face what I would like to call “rips” (or possible collapsing interfaces) of the translational continuum of message motion. In such “rips” it should be easy to observe the generation and the application of the translation-interpretation process in a recursive way untill we reach levels that we are no more able, with our present knowledge, to redude to the original text. The watching of these “rips” can simply be the watching of the “looked for”- as a contrastive attitude to the “found”- in translation. This is a reminescence, hopefully not too much irriverent, of C. Geertz’s studies in the interpretations of cultures. With a consciousness of that contrast we perhaps may glimpse one sense of our modern study of ancient bilingual texts. |
| Storia “dell’assedio di Babilonia”
History of the “siege of Babylon” |
Il presente contributo trae spunto da una riflessione sul rapporto tra tradurre e tradire e sul potere di “influenzare” il testo da parte di chi vi interviene (traduttore, interprete, copista, etc.): la trasmissione (scritta o, anche, orale) comporta un condizionamento (dall’errore al plagio, dall’interpretazione all’adattamento), volontario o involontario. Gli esempi per ogni singolo caso sono numerosi, nell’antichità come nell’attualità. La nostra attenzione si è concentrata sull’intervento volontario o “manipolazione” del testo, sul contesto storico e sociale, in cui avviene e, soprattutto, sulle motivazioni dell’autore. Per questo ci siamo lasciati ispirare dalla letteratura: il protagonista de Il consiglio d’Egitto di L. Sciascia (Giuseppe Vella) e della Storia dell’assedio di Lisbona (Raimundo Silva) di J. Saramago, si trovano, in veste di traduttori o interpreti, ad avere la possibilità e la consapevolezza di influenzare la “storia” e la società contemporanea mediante la loro opera. Le loro vicende e quelle dei loro reali e moderni epigoni, limitatamente all’ambito dei nostri studi vicinorientali, sottolineano il rischio e il fascino, sempre attuali, di tali manipolazioni. The aim of this paper is to analyse the relation between traduction and betrayal (“tradurre/tradire”) or the traduction as a betrayal. Any intervention on the text, which foresee a transmission (written or oral), involves a conditioning/interference (from the error to plagiarism, from interpretation to adaptation) voluntary or non voluntary. We focused on the voluntary manipulation of the text, analyzing the historical and social context in which it is produced and the reasons of the authors. Literature inspired us: the protagonists of L. Sciascia’s The Council of Egypt (Giuseppe Vella) and J. Saramago’s History of the siege of Lisbon (Raimundo Silva) have the occasion and consciousness of influencing “history” and contemporary society with the manipulation of the text. Their stories and those of their modern and real “colleagues” (limited to the ancient near-eastern studies) underline the risk and fascination of these actions, which is something that still prevails. |
| Gilgameš in Giappone: Riferimenti ai miti sumero-accadici nell’anime
Gilgameš in Japan: quotations of sumero-akkadian myths in the anime - Érica Couto |
Prendendo spunto di partenza da citazioni di personaggi, nomi, elementi o semplici riferimenti alle culture vicinorientali in diverse serie e produzioni di animazione giapponese (anime), questo contributo si propone, a partire dalle produzioni “Metropolis” (2001), “Gilgamesh” (2003-2004), e “Neon Genesis Evangelion” (1995):
References to characters, names, as well as many other elements and realities of Near Eastern cultures are wide-attested in many Japanese animation productions. Having this in mind, and considering the anime products “Metropolis” (2001), “Gilgamesh” (2003-2004), and “Neon Genesis Evangelion” (1995), this paper aims to:
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| Traduzione, assimilazione, interpretazione di elementi iconografici e ideologici in epoca Neo-Ittita. L’esempio del sito di Malatya Translation, assimilation, interpretation of iconographic and ideological elements in the Neo(Late)-Hittite time - Paola Poli |
Il presente intervento offre una riconsiderazione di alcuni monumenti dalla regione di Malatya. Tradizionalmente essi erano datati al X-VIII sec. in base a ragioni stilistiche, oggi una rilettura di alcune iscrizioni eseguita da J. D. Hawkins induce alla loro retrodatazione al XII-XI sec. Se si accettano questi dati, già seguiti da diversi studiosi, dobbiamo riconsiderare altri monumenti che, per ragioni stilistiche, sono collegati alla documentazione di Malatya. Il presente vuole essere un lavoro preliminare che cerca di aprire problematiche su un ?page_id=271odo storico molto difficile come quello neo-ittita.
The aim of this paper is the reconsideration of some monuments from the region of Malatya. Traditionally dated to the tenth-eighth century for stylistic reasons, now they are dated back to the twelfth-eleventh because of a new reading of some inscriptions proposed by J.D.Hawkins. If we accept these data, which are now followed by different scholars, we have to reconsider other monuments which, for stylistic reason, are related to the Malatya documentation. It is a preliminary work that tries to open problems on a very difficult historical ?page_id=271od like the Neo-Hittite (Late-Hittite) one. |
| Traduzioni di tradizioni nell’oriente greco-romano. Translations of traditions in the Graeco-Roman Near East - Silvia Castelli |
Il Vicino Oriente ellenistico-romano – da Babilonia all’Egitto, dalla Palestina alla Fenicia- offre un vasto repertorio di traduzioni di tradizioni autoctone in greco. Questo contributo si propone di mostrare le variazioni e i punti in comune, così come alcuni concetti-chiave del fenomeno, considerando autori come Berosso e Manetone, la Septuaginta, Giuseppe e Filone di Biblo.
The Graeco-Roman Near East –from Babylon to Egypt, from Palestine to Phoenicia– offers a wide range of translations of native traditions into Greek. This contribution aims at showing the variety and the points in common, as well as some of the key issues of the phoenomenon, considering authours such as Berossos and Manetho, the Septuagint, Josephus, and Philo of Byblos. |
| Il caso di una tradizione cultuale tradita nei millenni: Tas Silg (Malta). The case of a cultic tradition trough the millennia: Tas Silg (Malta). - Danila Piacentini |
La storia del santuario di Tas SilÞ a Malta fu caratte?page_id=296to in gran parte dai culti portati dalle genti che nel corso dei millenni scelsero Malta come luogo in cui stabilirsi. Nel ?page_id=271odo eneolitico gli autoctoni costruirono un tempio megalitico dedicato ad una divinità femminile; successivamente genti fenicie modificarono l’aspetto architettonico del tempio e lo dedicarono alla dea fenicia Astarte; i Romani dedicarono a Giunone il santuario e lo resero famoso in tutto il Mediterraneo; i Bizantini vi costruirono sopra una chiesa; gli Arabi misero fine alla sua frequentazione. Solo tramite le notizie degli autori classici si conservò la me?page_id=250a del santuario che iniziò a svelare i suoi segreti solo a partire dagli anni ’60 del secolo scorso quando una missione archeologica italiana intraprese lo scavo sul sito.
In the millennia several people had chosen Malta to settled down. They had brought with them different cults which has marked out the history of Tas SilÞ’s sanctuary. In the Eneolithic ?page_id=271od Maltese people built a megalithic temple to the Maltese goddess; Phoenician people modified the architectonic structure and they dedicated the temple to the Phoenician goddess Astarte; Romans made the sanctuary to Iuno famous all over the Mediterranean; Byzantine people built on it a church; finally Arab people let to an end the site. The memory of the sanctuary was retained only in the classical sources and it has began to reveal its secrets since the 60’s when the Archaeological Italian Mission began to dug the site. |
