Incontro con Abraham B. Yehoshua
(Capri, 11 luglio 2003)
di Anna Lissa
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L’undici luglio 2003, alle ore 18:00, si è svolta presso l’hotel Quisisana di Capri la presentazione del terzo numero della rivista Civiltà del Mediterraneo (giugno 2003), un semestrale di ricerca e di informazione sul Mediterraneo dal punto di vista culturale e geopolitico.
La manifestazione si è svolta sotto gli auspici del Governatore della regione Campania Antonio Bassolino, del Prof. Fulvio Tessitore, Senatore della Repubblica e membro del comitato scientifico della rivista, del Prof. Franco Cardini, docente di Storia Medievale all’Università di Firenze, e del dott. Arturo Fratta, giornalista e direttore responsabile della rivista.
Questo numero si apre con un saggio inedito in italiano del celebre scrittore israeliano Abraham B. Yehoshua, «Il muro e il monte», di cui chi scrive ha curato la traduzione, il commento e la postfazione, assieme a un’intervista finale a Yehoshua.
Gli interventi introduttivi hanno posto l’accento sui diversi aspetti del conflitto mediorientale: il Governatore Antonio Bassolino ha affermato la necessità di un accordo di pace in Medio Oriente, basato sulla separazione dei due popoli e sulla reciproca sicurezza, evidenziando inoltre il ruolo importante di mediazione culturale tra l’Europa e il Medio Oriente che Napoli ha storicamente già svolto e potrebbe svolgere ancora. Il Prof. Tessitore ha sollevato il problema della laicità dello Stato di Israele che, a suo avviso, si sarebbe allontanato dal progetto di uno stato laico come era nelle intenzioni di David Ben Gurion e degli altri padri fondatori. Il Prof. Cardini si è invece soffermato sulle origini del concetto di fondamentalismo, in quanto affermazione di un’identità in pericolo, e sull’importanza di un’identità mediterranea concepita come «meticciato continuo», ovvero di un’identità condivisa con i paesi africani e mediorientali che si affacciano sul Mediterraneo.
Nel prendere la parola Yehoshua ha coinvolto immediatamente il pubblico, grazie alla sua ironia e alla profondità delle sue analisi. Ha innanzitutto espresso il suo apprezzamento per il soggiorno a Capri, affermando di essere particolarmente contento di aver visto il paradiso da vivo, senza dover affrontare l’incognita della morte. Dopo questo inizio brioso, lo scrittore si è brevemente soffermato sul conflitto israelo-palestinese, sottolineando che si tratta di un unicum che agita passioni e che attira l’attenzione del mondo e dei media come nessun altro conflitto e sostenendo, con la sua consueta graffiante ironia, che se israeliani e palestinesi potessero vendere le notizie che li riguardano risolverebbero, almeno in parte, i loro problemi economici.
Il discorso di Yehoshua ruota proprio intorno alla questione religione-nazionalità e, attraverso una sagace e personale analisi, ne mostra le implicazioni a partire dai tempi più antichi fino ai risvolti più attuali legati al conflitto israelo-palestinese. Il saggio uscito su Civiltà del Mediterraneo è datato: è stato infatti pubblicato in Israele nel 1989 ed è contenuto nell’omonima raccolta Il muro e il monte (Tel Aviv, Zmora Bitan, 1989). Tuttavia, in questo saggio sono esemplificati in maniera efficace gli elementi conflittuali nell’esistenza del popolo ebraico. Probabilmente la caratteristica che rende così interessante il discorso di Yehoshua è la sua abilità nel passare in rassegna alcuni fatti storici mostrandone il legame con l’odierna attualità, sicché il pubblico si trova ad ascoltare un’appassionante ‘lezione di storia’, che però non è una pedissequa carrellata di fatti ma bensì un approfondimento e un’interpretazione che catturano l’attenzione fino al momento del commiato dallo scrittore.
Il conflitto tra la componente religiosa e quella nazionale è, secondo Yehoshua, inscritto nel DNA del popolo ebraico, il quale definisce la propria nazionalità sulla base dell’appartenenza alla religione ebraica, in modo che, di conseguenza, un membro di questa nazione non può avere altra religione. Proprio per questo motivo gli ebrei hanno potuto sopravvivere in quanto popolo nella diaspora: per preservare la propria identità non hanno avuto bisogno di una terra. La questione ebraica, afferma Yehoshua, ha preoccupato il mondo cristiano e musulmano per almeno 1500-2000 anni. Il tentativo di normalizzare l’esistenza ebraica, che risale ormai a più di 100 anni fa, ha suscitato conflitti sia all’interno del popolo ebraico sia tra i popoli presso i quali gli ebrei risiedevano, in particolare in ambito europeo. Con la Sho’ah il conflitto ha raggiunto l’acme delle atrocità; a conferma di ciò, nel 1947, a guerra fredda già iniziata, USA e URSS si sono trovate d’accordo sul fatto che la nascita di Israele andasse legittimata dal punto di vista della legalità internazionale. Dopo di ciò, tuttavia, la comunità delle nazioni si è disinteressata dei conflitti successivi. La Gran Bretagna, in particolare, ha delle pesanti responsabilità in questo senso: essa infatti si era occupata del conflitto tra India e Pakistan, e aveva provveduto a separare, anche se dolorosamente, i due popoli; ebbene, sottolinea Yehoshua, se gli inglesi avessero avuto lo stesso atteggiamento nei confronti del Mandato sulla Palestina, che era stato affidato loro dalla Società delle Nazioni, oggi forse le cose sarebbero profondamente diverse.
Veniamo ora ad un punto molto caro a Yehoshua: Israele è una creazione dell’ebraismo secolare. Gli ebrei religiosi, evidenzia lo scrittore, hanno detto per 2000 anni «L’anno prossimo a Gerusalemme», ma non vi si sono mai recati e hanno proibito a molti di farlo. Herzl, invece, era un ebreo secolare: non aveva fatto circoncidere suo figlio e a casa sua si faceva perfino l’albero di Natale. Egli era assimilato, ed era riuscito a vedere con cinquanta anni di anticipo la sciagura che si sarebbe abbattuta sugli ebrei europei. Proprio a causa di questa forte vena secolare, sostiene Yehoshua, Gerusalemme costituiva una sorta di pericolo per i sionisti: Herzl visitò la città e subito affermò che essa non doveva appartenere a nessuno, proprio perché tutti avevano un interesse nei suoi confronti. Nella visione di Herzl, Gerusalemme sarebbe stata posta sotto sovranità internazionale. Ben Gurion e gli altri leader sionisti, a loro volta, emigrarono in Terra di Israele ma aspettarono circa due o tre anni prima di recarsi a Gerusalemme. Preferivano il deserto privo di storia: Gerusalemme era fonte di troppe complicazioni. Dopo la Guerra dei Sei Giorni Moshe Dayan e il governo israeliano decisero di riunificare Gerusalemme e con questo atto collegarono la circolazione sanguigna di Israele a quella dei palestinesi, un po’ come le gemelle iraniane, di cui si è parlato in questi ultimi giorni, che erano unite per la testa. Questa, secondo Yehoshua, è un’immagine che si addice bene ad Arafat e Sharon, e si capisce ancora meglio quanto sia importante l’operazione per separarli: si tratta, infatti, di una combinazione mortale. Tuttavia, questa operazione ha dei nemici: i fondamentalisti musulmani, ebrei e cristiani. Questi ultimi, particolarmente attivi in USA, esercitano continue pressioni sul Presidente Bush. Hamas vuole tutta la Palestina musulmana, i nazionalisti religiosi ebrei si oppongono alla restituzione dei territori ai palestinesi e per finire, i fondamentalisti cristiani coltivano una visione messianica secondo la quale gli ebrei sconfiggeranno i musulmani, poi si convertiranno al cristianesimo cosicché Gesù potrà fare ritorno. Questi fondamentalisti cristiani appoggiano la destra israeliana.
Dopo due anni di guerra e di sofferenze, dice Yehoshua, c’è una sorta di profonda stanchezza e preoccupazione che accomuna le persone ragionevoli e secolarizzate di entrambi gli schieramenti, palestinese e israeliano. Tra esse vi sono Abu Mazen e Sharon. Costoro hanno capito che non c’è modo di vincere questa guerra; solo i palestinesi possono sradicare il terrorismo, ma possono farlo solo se si restituiranno loro i territori. Attualmente, si è aperta quella che Yehoshua definisce una «finestra di opportunità»; se questa finestra viene chiusa il Medio Oriente è votato a sprofondare nell’oscurità di un periodo di guerre e distruzione. Per questo motivo lo scrittore chiede all’Unione Europea di agire attivamente in favore della risoluzione del conflitto.
In questa ottica, afferma Yehoshua, il Mediterraneo costituisce la soluzione identitaria per ebrei, musulmani e cristiani. Mediterraneo vuol dire Est e Ovest insieme, Primo e Terzo Mondo insieme, diverse religioni insieme. L’Italia, la Spagna e la Grecia sono i paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo e che possono svolgere un ruolo importante. Essi hanno dato la loro approvazione alla guerra in Iraq, adesso però devono partecipare attivamente alla ricostruzione della democrazia in quel paese. Infatti, sostiene Yehoshua, bisogna dare qualcosa di concreto agli altri popoli: questo tipo di impegno si trova, secondo lo scrittore, alla base della potenza degli Stati Uniti. Gli USA sono capaci di impegnarsi attivamente in favore degli altri popoli: lo hanno dimostrato dopo la Seconda guerra mondiale, con il Piano Marshall, con il quale si sono impegnati per la ricostruzione dell’Europa. Anche la guerra in Iraq è stata fondamentalmente un intervento in favore di una popolazione oppressa da un feroce dittatore. A questo riguardo, afferma Yehoshua, non bisogna lasciarsi fuorviare: il conflitto iraqeno è costato e continua a costare miliardi di dollari, e anche i proventi del petrolio di cui tanto si parla non riequilibreranno la bilancia dell’attivo e del passivo. Dunque, non bisogna offrire la propria solidarietà attraverso vuoti discorsi: se l’Europa vuole davvero contare di più deve impegnarsi attivamente in favore degli altri popoli. Questo aumenterà la sua forza.
Yehoshua ha poi concluso l’intervento con la sua consueta ironia: proprio la mattina prima della conferenza aveva avuto modo di recarsi sul monte Solaro, di cui aveva molto apprezzato il silenzio e la tranquillità nel corso della salita e della discesa in seggiovia. Ha dunque proposto al sindaco di Anacapri di invitare Sharon, Arafat e Abu Mazen a fare quella stessa escursione, anzi, ha aggiunto lo scrittore, bisognerebbe lasciarli su quella seggiovia per una giornata intera, così potrebbero riflettere in solitudine e silenzio sulle loro decisioni e sulle loro azioni!
